mercoledì, 24 giugno 2009
Dando avvio alle pratiche per ottenere un visto, ho scoperto interessanti formule e pratiche burocratiche in larga parte sconosciute anche all'italiano medio, che sarei io, e che per definizione dovrebbe essere avvezzo anche al più inutile zelo. Secondo le regole del paese che dovrebbe accettare il mio passaggio, qualora dovessi tardare il rientro in patria oltre la data indicata dal documento stesso, avrei due uniche soluzioni per non incorrere in grossi guai. La prima, è che mi trovo sotto stato di arresto, e dunque non posso allontanarmi per volontà altrui; la seconda, che sono morto.
Scopro inoltre, grazie a una glaciale ma servizievole operatrice, che l'indicare ogni mio spostamento alle autorità è per favorire il ritrovamento immediato del mio corpo privo di vita.
Recenti considerazioni mi hanno portato a ridimensionare la portata del viaggio. E' accaduto leggendo il numero di chilometri segnati in automobile: ben sette volte superiori al tragitto da coprire. Distanze coperte in anni e anni di passeggiate notturne, pranzi domenicali, ricerche di parcheggio. Ciò mi spinge a considerare ulteriormente l'aspetto qualitativo della vita (e siamo a due). E a pensare di vendere la macchina.
Mentre scrivo queste ultime battute, penso a Michalina. E annoto su un foglio il numero delle persone che alla prima occasione mi chiederanno chi diavolo sia.
venerdì, 05 giugno 2009
To jest gwiazdka na ktora czekalilismy zeby zaczac wigilie. Widzisz? A tam, nizej, jest taka mgla. Popatrz. To nie jest mgla... to sa miliony malych gwiazdek. Pokaz.
Non è possibile essere sicuri di niente. Questo insegna un diametro di circa trecento chilometri a largo delle coste africane occidentali. Io sto avanti di un bel pezzo perché da decenni ragiono in questa maniera. E so anche dimostrarlo: prendo una penna in mano, la tengo fra indice e pollice ad altezza variabile, quindi apro le dita. Con ragionevole probabilità, la penna precipita. Così quando posso, cioè quando sono io a scegliere, mi muovo in treno, in automobile, in nave. Questa sera sono tornato a casa a piedi e ho impiegato un paio di ore. Tante. Ma nessuno mi aspetta per cena, e inoltre non avrei visto cose e incontrato persone. La fretta si conferma cattiva consigliera, ragione sufficiente a giustificare il silenzio di questo mese che infrango con questi paragrafetti oziosi. Un signore anziano mio coinquilino, che saluta sempre con molta urbanità, è questo che mi aveva augurato stamani: buona passeggiata. Grazie, anche a lei.
L'altra passeggiata, ben più lunga, è quella che la prossima settimana ufficializzerò con un paio di clic. Sarò lontano quasi un mese: più lontano di sempre, distante dalla lingua, dal clima, dall'alfabeto conosciuti finora. Ho già pronto metà del bagaglio, che ha la forma rassicurante e consueta della mia valigia bianca. Penso alle persone che mi mancheranno: sono in numero maggiore di quelle che non mi mancheranno affatto. In barba a queste ultime, considero tale riflessione un ottimo parametro per misurare la qualità della vita.
Leggo in un appunto scritto ieri seduto sulla panchina di un giardino: certo, se non ci fosse il sole l'ombra sarebbe orribile.
martedì, 05 maggio 2009
Questa è la storia incompiuta di un pavone che pur di volare perse le piume. Accadde in un giorno senza tempo e in un posto senza nome. Si sa appena di un giardino, chiuso al mondo esterno da un muro che impediva a chi era dentro di osservare altro che il cielo. E chi stava dentro era lì per un disegno preciso. C'era un fenicottero, una gru, un pappagallo, un faggiano. E altri uccelli esotici e variopinti. Niente passeri e rondini. La caratteristica degli abitanti del giardino era di essere, per estetica o indole, fuori dal comune. E fuori dal comune era un pavone.
Il senso della sua permanenza era nella bellezza delle piume che ne formavano la coda, sebbene la mostrasse con timidezza. Orgoglio del giardiniere e allegria di sé, pigolava e trascorreva il tempo camminando. Volare era vietato. Tutti erano costretti a camminare. E quando si faceva sera e l'aria rinfrescava, ecco arrivare l'ordine di rientrare. Il buio era la paura che potesse accadere qualcosa di molto brutto.
Un giorno però il pavone si attardò e vide per la prima volta il cielo farsi diverso e quasi arrossire. Erano i colori semplici di un tramonto. Arrossì anch'egli davanti all'emozione di qualcosa che non aveva mai visto. Impensabile come uno stesso elemento potesse cambiarsi così, l'azzurro che si fa rosso prima di scurire. Rientrando fece a tempo a osservare una luce piccina accendersi in alto. La prima stella.
La notte fu un lungo meditare. Il mattino un'amara conclusione. Il pomeriggio una lunga attesa. Il sole, che pure riscaldava con piacevolezza, non lasciava brillare altre stelle. Quando giunse l'ora, il pavone torse il collo e con il becco strinse la piuma più vicina. Con un movimento prima incerto e poi rapido, la tirò. Sembrava dicesse no con il capo. Affermava invece la sua ambizione. Una, due, tre, dieci piume coprirono il suolo fino a che sulla coda meravigliosa non rimase niente. S'era appena fatto l'imbrunire. Tutti gli altri uccelli si erano raccolti intorno a lui in silenzio. Li guardò uno per uno per pochi istanti. E volò via.
giovedì, 02 aprile 2009
A volte capita che qualcuno ci chieda, sotto la formula dei tre desideri, di confessare una speranza o un auspicio. Con la bonarietà di un gioco, rispondiamo di cose marginali e divertenti; con solennità invece ci interroghiamo per trovare quegli elementi senza dei quali non saremo: salute, lavoro, denaro, serenità, benessere per i cari. Poi capita, in alcuni momenti, di desiderare una presenza lontana nel tempo o nello spazio. Per quanto difficile sia ammetterlo, certe compagnie appaiono indispensabili non per una vita, ma per una bella vita.
Il viaggiatore esitò qualche istante prima di aprire.
Pensò che avrebbe visto entrare e accomodarsi affianco a sé la persona stessa per la quale si era messo in viaggio. Quale meraviglia e quale appagamento ebbe in un solo istante all'idea di un incontro improvviso e insensato! Ma se fosse lei, quel lungo tragitto con i ricordi fissi e i paesaggi in movimento, l'intimità del luogo e la crescente passione, avrebbero smesso di avere senso. Così concluse, e attese un secondo istante.
Il controllore entrò e chiese con garbo il biglietto, che gli fu porto. Salutò con un gesto del berretto e si permise un commento per congedo. Per compiere un viaggio così lungo, c'è per forza qualcosa di importante da raggiungere.